Il bestseller non si scrive, si FA

J. K. Rowling seduta al tavolino di un bar mentre scribacchia appunti sul suo taccuino. Passa di lì per caso un editore e… Sembra l’inizio di una barzelletta, ma non lo è.

Federico Moccia che spaccia le fotocopie del suo primo manoscritto e ne tira fuori una fortuna col passaparola. E poi ne fa (una) scuola e ci costruisce un impero.

E. L. James che inizia pubblicando a puntate, su un forum, come fanfiction basata sul Twilight Verse, le sue “Cinquanta sfumature”, e si ritrova con milioni di download in pochi mesi. Il resto è storia (la trovate riassunta qui).

Cos’hanno in comune?

Tutti (ma non sono gli unici) hanno contribuito a creare un’illusione. Spacciare una favoletta. Creare il grande imbroglio della mente che convince autori e autrici che la fama e la fortuna arrivino quasi per caso, a baciare in fronte i più meritevoli. I più ispirati.

Le gemme nascoste.

Gli speciali.

Non c’è niente di più sbagliato, secondo me, che lasciarsi illudere da questa storiella. Soprattutto se si è alle prime armi e si ha ancora tanta strada da fare, trincerarsi dietro questa pia illusione (che se si “vale” si verrà “scoperti per caso”) può condannarci a essere le eterne Penelopi del panorama editoriale. Quelle che non se le fila e non se le filerà mai nessuno perché…

Beh, perché non conoscono le persone giuste.

E perché non sono disposte a sputare sangue sui loro manoscritti, ma si nascondono dietro al dito del “ma è il pubblico che non mi capisce”.

Il pubblico, tesori miei, non ci deve capire, ma leggere.

E per leggerci ci deve vedere da qualche parte, qualcuno gli deve sussurrare nell’orecchio – insistentemente! – che ci DEVE leggere. Che se non ci legge si perde qualcosa di unico (anche se magari non lo è), qualcosa che “tutti hanno letto” e “tutti hanno amato”. Il libro dell’anno. La rivelazione della stagione.

Facciamo un passo indietro e torniamo ai nostri tre autori baciati in fronte dalla dea bendata. Sapete che c’è? Diciamocelo: i loro libri sono diventati bestseller, e poi film, e a lo sono ancora a distanza di decenni, perché c’è stato dietro un lavoro incredibile. Di centinaia e centinaia di persone, professionisti. Gente che lo fa di lavoro, di prendere manoscritti e autori e portarli alla ribalta. Di costruire bestseller.

Il libro, anzi i libri di quei tre, sono diventati bestseller perché a un certo punto sono stati costruiti a tavolino, presi e portati al livello successivo, c’è poco da fare. Non per caso. Non solo perché si trattava di belle storie, scritte coi crismi giusti.

In principio era la storia, poi è arrivata la squadra.

Un talent scout, un agente, un mediatore che ha portato il manoscritto all’attenzione di una Casa Editrice. Un contratto editoriale, e poi? Il lavoro sul manoscritto. Di nuovo. E via di correttori di bozze, editor, responsabili editoriali e di collana, lettori alfa, beta e teta, e una serie di altre professionalità che non nomino perché nemmeno so dove stanno di casa, da assoluta profana dell’ambiente.

Ma so che sono lì, da qualche parte, che lavorano su un manoscritto per dargli forma, levigarlo, prepararlo alla pubblicazione, e alla campagna marketing che la sosterrà, la gonfierà, ne farà il bestseller che merita di essere. O che serve al mercato.

E sì, ho detto che la campagna marketing gonfierà le cose, perché è quello a cui serve. Avete presente, no? Le fascette gialle sui volumi in libreria, che recitano “l’esordiente che ha conquistato milioni di lettori” o “un bestseller da millemila copie”. O ancora “la saga ora in onda su Netflix, HBO” etc.

Vi siete mai chiesti da dove vengono quei numeri e quanto siano veri?

Io so a cosa servono: a instillare il seme del dubbio nel lettore. A battere su quel chiodo fisso che ognuno di noi ha dentro e che ci dice di seguire il gregge. Quando c’è qualcuno che indica la strada, c’è qualcunaltro che la segue, e in questo caso la fascetta gialla con relativa frase a effetto serve a dare un segnale al lettore, vero o falso che sia: DEVI leggere questo libro. Se non lo leggi, non hai capito niente. E così via.

Credetemi, che prima o poi ci caschiamo tutti, nella trappolina del primo in classifica per tot settimane. È un’esca irresistibile. Ci viene la curiosità di sapere se è vero, quello che dicono tutti (ma tutti chi?), se davvero quel romanzo meritava di stare ai primi posti delle classifiche.

A volte merita, ovviamente, altre… mah. Ma non è questo il punto.

Il punto è che, a prescindere da tutto, a quei primi posti ci è arrivato seguendo un percorso, e questo percorso è studiato a tavolino, organizzato, scientificamente preparato dalla “squadra” dei bestseller.

Quindi, lasciamo perdere la Rowling e Moccia, e parliamo del Re.

Quando penso a uno scrittore di mestiere, e a quella che con molta più probabilità può essere una carriera-tipo, penso sempre a Stephen King. Sarò di parte…

Penso agli anni di piombo e alcool da cui sono usciti “Carrie” e “Shining”. Al sudore, alle lacrime, alla fame. Al primo contratto editoriale, a ciò che ha fatto di quei primi, sporchi sudatissimi soldi. Al fatto che prima di essere Stephen King era un povero alcolizzato che si è quasi lasciato distruggere dai suoi demoni, ma che a un certo punto si è rimboccato le maniche e li ha usati. E al fatto che non avrebbe mai potuto riuscire da solo nell’impresa.

Sull’affascinante storia del suo successo, vi rimando alle poche note di Wikipedia, al suo “On writing” e a questo articolo, in lingua originale, di Lucas Reilly.

L’articolo, curiosamente, finisce parlando dei ringraziamenti di King alla moglie. Dico curiosamente perché, quando leggo un libro del Re, vado sempre a vedere i ringraziamenti. Si imparano un sacco di cose da quella piccola nota in fondo, trascurata dai più. Ci sono amici di lunga data, primi editori, agenti, professionisti vari che hanno aiutato nelle ricerche, spalla a spalla con familiari e cari estinti.

Tutto ciò per dirvi cosa?

Beh, che va bene sognare, ma a un certo punto bisogna anche mettersi a fare, e a fare bene, soprattutto.

Che niente succede per caso o ci viene regalato.

Che il sole non bacia i belli, ma quelli con le conoscenze giuste.

E che in un mondo di wanna be, è meglio sperare di essere un King. Ed essere pronti a pagarne il prezzo.

Ps. Su editoria piccola e grande, talent scouting e autori da bestseller, vi lascio uno spunto di riflessione in questo articolo del 2015, di S. Parmeggiani. Parliamone.

pps. se volete farvi due risate, con un punto di amarezza, sull’onestà delle fascette da bestseller, andate a spulciarvi l’hashtag #fascettaonesta su Twitter. Alcune meriterebbero davvero di essere stampate.

Pubblicato da Sara P. Grey

Autore - Romanzi rosa, historical romance e narrativa contemporanea

2 pensieri riguardo “Il bestseller non si scrive, si FA

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