Scrivere: che mestiere del piffero!

Riflettevo in questi giorni su quanto l’attività dello scrivere sia da una parte da trattare come un lavoro vero e proprio – con orari, metodo, costanza e professionalità – e dall’altra soggetta all’imprevedibile incostanza di quella brutta roba chiamata “ispirazione”.

O voglia di scrivere.

O anche, quando la voglia c’è ma a latitare sono le (buone) idee, LO scrivere.

LO scrivere io lo vedo come un “affare” – e sì, sto pensando all’appendice maschile – parecchio suscettibile. Spinoso, il più delle volte, e terribilmente sensibile sempre.

LO scrivere per me non è solo l’attività di mettersi lì, davanti al foglio bianco, e buttar giù le idee, ma lo sforzo disumano di imbrigliare le stesse e cercare di tirarne fuori qualcosa che abbia un senso, che non siano solo voli pindarici o appunti presi di fretta sul quadernino che teniamo tutte sul comodino (perché si sa, quando LO scrivere chiama, bisogna rispondere… e di solito il maledetto lo fa quando non abbiamo neanche uno straccio di foglio su cui appuntare le idee brillanti che, pochi secondi più tardi, si perderanno nell’oblio di mille altre cose da fare, del sonno, del “guarda è una nuova serie Netflix, quella?”).

L’affare, o appendice, o organo dello scrivere ha una sensibilità del piffero.

Cioè, almeno per me, fa le stesse bizze dell’organo riproduttivo maschile: ci sono giorni che non si attiva manco con le carrucole, altri che non sta fermo un minuto e si farebbe pure i tombini. Una fatica stargli dietro.

Si capisce che tutte noi tenderemmo a desiderare il piffero perfetto: bello nella forma quanto nella sostanza, costante, affidabile, in grado di soddisfarci ogni volta in cui serve a noi… non quando viene voglia a lui. E invece no. Ciascuna di noi, come nella vita, ha a che fare con la sua varietà di piffero sempre vergognosamente inadeguato.

Ora, io non voglio disquisire dei pifferi vostri, ma il mio levatevi proprio. Passa da un estremo all’altro con una velocità che il più delle volte mi spiazza e non c’è modo di ragionarci. Oggi c’è, domani sit-in, oggi cinquemila parole in un’ora, domani attaccati e prega. E scommetto che non sono l’unica ad avere a che fare col piffero disobbediente, ovvero quello a cui non c’è modo di inculcare un po’ di disciplina o insegnargli i concetti di orari, scadenze, passo misurato.

Per fortuna il mio non si è ancora trasformato in un piffero indolente, interessato solo a vegetare sul divano davanti alla tv, altrimenti non so cosa farei. Ci sono volte, però, in cui lo strozzerei, perché il maledetto si comporta da piffero suscettibile, mettendomi il muso per neanche so quale motivo e rifiutandosi di parlarmi per giorni.

E non mi fate dire di quando gioca al piffero introspettivo, o al piffero eremita.

Una fatica tirarlo fuori da quella caverna.

Io, giuro, le invidio le autrici (o gli autori, eh, anche loro son dotati di piffero, ci mancherebbe altro, anche se – scommetto – se glielo chiedete vi diranno che loro hanno il piffero sempreduro) dotate di piffero magico. Quello che suona sempre, non stona mai, e si esibisce in concerti per cori d’angelo che leviamoci, noi povere scribacchine.

Quelle sono fortunate, il blocco del piffero non l’hanno mai neanche visto col binocolo e sfornano storie a ritmo vertiginoso. Col loro piffero disciplinatissimo, gran lavoratore, vivono la vita da scrittrice che vorrei io, che invece a volte mi siedo e prendo a testate lo spigolo del pc così, tanto per far qualcosa, perché di scrivere proprio non se ne parla.

E a quel punto che si fa (a parte dare le testate agli spigoli): c’è chi va a farsi un giro e ossigena il cervello, chi si dedica alle ricerche, o a qualsiasi altra attività “satellite” della scrittura le aiuti a rimanere focalizzate pur spostandosi dal problema immediato (non si batte chiodo), chi si costringe a turni estenuanti di scrittura pur non avendo nulla da dire.

Io, ad esempio, sono una che segue un po’ l’onda: se sento lo stimolo scrivo, mi appunto la qualunque e poi semmai ci lavoro, ricucendo pezzi come una coperta patchwork, ma quando il cervello si impunta, col cavolo che lo sblocco.

Di solito, allora, faccio ricerche (il che significa che guardo film e serie tv a nastro, o leggo), oppure lavoro sulle copertine dei libri. Trovo che mi aiuta a concentrarmi sul mood del romanzo che mi sto tanto sforzando tanto di buttare su carta, e qualche volta mi aiuta ad assestare il tiro… il mio piffero a volte fa cilecca, prima di imbroccarla.

A questo punto credo che dovrei dargli un nome.

Ora sono curiosa: voi di che piffero siete dotate? E come lo convincete a fare il suo lavoro alle vostre condizioni, e non viceversa?

Ps. Si capiva che il mio è l’indisciplinato a cui ogni tanto spunta una coscienza e che quindi, mortificato, tenta di recuperare facendo gli straordinari?

È un piffero dolcemente complicato, ma gli sono affezionata…

Pubblicato da Sara P. Grey

Autore - Romanzi rosa, historical romance e narrativa contemporanea